IL MASSACRO DI BEAR RIVER
29 Gennaio 1863
55 mila proiettili per sterminare 300 Shoshoni
La Bandiera Shoshoni
Il 29 gennaio 1863 il colonnello Edward Patrick Connor e circa 200 Volontari della California attaccarono un accampamento invernale Shoshoni situato alla confluenza tra il Beaver Creek e il Bear River, dodici miglia a Nord Ovest del villaggio di Franklin nella Cache Valley, a poca distanza dall’attuale linea di confine tra Utah e Idaho.
Il campo Shoshoni era costituito da 450 persone che erano comandate dal capo Bear Hunter. Gli indiani non videro di buon occhio una carovana di agricoltori Mormoni che nella primavera del 1860 si insediarono nella Cache Valley, proprio nella loro terra e casa loro. Tre anni più tardi, i Mormoni si erano impossessati di tutti i terreni e delle acque della verdeggiante valle e quindi i giovani uomini della tribù per rappresaglia, cominciarono a fare scorribande tra i coloni bianchi. I Mormoni impauriti, chiesero pertanto ai funzionari governativi di intervenire affinchè le scorribande pellerossa terminassero al più presto. Il Governo incaricò il Colonnello Edward Patrick Connor di provvedere a punire gli Shoshoni molestatori.
Prima che il Colonnello portasse i suoi uomini da Camp Douglas a Salt Lake City a nord del Bear River, egli annunciò che intendeva adottare la tattica di non fare prigionieri. Come le truppe si avvicinarono al campo indiano nell’oscurità del primo mattino alle ore 6:00, trovarono i guerrieri Shoshoni trincerati oltre i tre metri di terrapieno della parte orientale del Bear Creek (in seguito denominato Battle Creek). I Volontari nella prima carica perdettero 23 uomini mentre incrociavano il piano aperto davanti al villaggio Shoshoni. Il Colonnello Connor presto cambiò tattica con il risultato di avviluppare il villaggio Shoshoni dai soldati che cominciarono a sparare a uomini, donne e bambini indiscriminatamente. Alle 8 del mattino, gli indiani avevano esaurito tutte le munizioni e le ultime due ore di battaglia diventarono un massacro appena i soldati cominciarono ad usare le loro rivoltelle per abbattere tutti gli indiani che potevano trovarsi tra i fitti salici del campo. I soldati uccisero circa 250 Shoshoni, tra cui 90 donne e bambini. Dopo aver terminato la carneficina, alcuni soldati indisciplinati irruppero nel villagio per violentare le giovani donne superstiti che poi furono assassinate a colpi di bastone sulla testa, così pure i loro bambini che erano in agonia per le ferite riportate. Mutilarono i corpi dei morti facendo scempio dei resti. Il capo Bear Hunter insieme al sotto capo Lehi, furono torturati selvaggiamente e poi trucidati. Le truppe fecero razzia del campo saccheggiando tutto ciò che era possibile, bruciarono 75 tende indiane, razziarono 1000 stai di frumento e di farina, infine si appropriarono di 175 cavalli Shoshoni. Quel mattino furono utilizzati 55.000 proiettili per sterminare un sonnolento campo di Shoshoni. Connor non riuscì a portarsi dietro i suoi cannoni in quanto il terreno innevato non lo permise.
Le truppe portarono soccorso ai loro feriti e presero i loro morti per ritornare a Camp Douglas per la sepoltura, ma lasciarono volutamente sul campo i corpi degli indiani uccisi alla mercè dei lupi e dei corvi.
Anche se i coloni Mormoni della Cache Valley espressero la loro gratitudine per “l’azione del Colonnello Connor per concessione dell’Onnipotente” , il massacro di Bear River è passato in secondo piano nella storia americana del West, soprattutto perché si verificò durante la Guerra Civile, quando una battaglia più importante si stava consumando più a Est.
Dei sei grandi massacri di indiani nel Far West, da Bear River nel 1863 a Wounded Knee nel 1890, la vicenda di Bear River oggi merita una maggiore attenzione rispetto a una semplice menzione attualmente sul sito della battaglia.
Il Col. Patrick Edward Connor